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La scelta di produrre una geometria giurisprudenziale sul caso “digitale” ha sempre rappresentato uno straordinario punto di partenza nell’esercizio del mio lavoro forense.

Ritengo opportuno affacciarsi su tematiche dominanti in un mondo nel quale sono oramai a rischio due principi liberali fondamentali: la privacy e l’individuazione nelle scelte. Solo ad un’analisi apparente questi due connotati paiono non collimare.

Come emerso dalla mia partecipazione al Saggio sociologico “La Dittatura Del Terzo Like”, scritto dal giornalista Alvise Cagnazzo (edito da Minerva, 136 pagine), la componente fondamentale nella gestione di ogni attività professionale ed umana dovrebbe essere tutelante nei confronti di chi usa il web ed i social per puro passatempo.

La trasformazione del mezzo ludico in “instrumentum bella”, diventa la base attorno alla quale costruire il possesso delle facoltà di scelta da parte delle multinazionali nei riguardi degli ignari utenti. Un semplice “like”, parafrasando il titolo del testo, diventa uno straordinario algoritmo finanziario in grado da indurre al consumo ed al trattamento di ogni individuo come semplice pedina dalla quale attingere profitto. Dopo aver ascoltato una canzone su YouTube, dopo averla cercata nell’apposita stringa delimitata dalla lente di ingrandimento, il motore di ricerca cibernetico offrirà continuamente la possibilità di ascoltare/acquistare contenuti a pagamento, aprendo finestre commerciali e rendendo una semplice navigazione un ticket economico. Il tutto all’insaputa, o quasi, dell’ignaro ricercatore musicale.

Tale discorso vale per Facebook, Amazon, Twitter ed Instagram. Ogni azione corrisponde ad una reazione, si diceva una volta. Bene, mai detto fu più lungimirante.

Occorre una politica che sappia monitorare la metamorfosi spinta di un sistema di comunicazione che ha obnubilato i libri e gli antichi strumenti di lavoro formazione culturale.

Occorre fare un passo indietro, non ce ne voglia Ernesto De La Serna, per evitare di compiere una fragorosa caduta.

I social network producono un effetto compulsivo paragonabile ai problemi di alcolismo e droga. Approfondendo il tema emerge un quadro di dipendenza patologica difficile da gestire.

I ragazzi, soprattutto i “millennials”, abusano delle piattaforme “social” creando elevati disturbi cognitivi e di apprendimento.

La mia prossima iniziativa sociale e digitale, da cittadino e da avvocato, e’ che venga presa in considerazione, attraverso un comitato scientifico, la possibilità di inserire la dicitura “Può nuocere gravemente alla salute dell’utente utilizzatore” all’interno dei pacchetti di utilizzo dei social network: Facebook, Twitter, Telegram, Istagram, SnapChat etc…

La richiesta di una severa presa di posizione da parte del legislatura si instaura in un percorso di moderazione di controllo di un sistema di comunicazione che ha cagionato l’avvento di nuove patologie caratteriali: suicidi attraverso ambigui giochi online, crisi di panico, cyber bullismo e violenza verbale.

Come riportato nel saggio richiamato, fonte di ispirazione di una profonda analisi delle problematiche inerenti all’abuso “social”, “Internet ed i social network” avrebbero “soltanto apparentemente reso libero il mondo, costruendo una gabbia di sottomissione massiva ed apparentemente indolore”.

Il bisogno di una posizione netta, decisa, in merito alla volontà di apporre dei paletti giurisprudenziali al fine evitare il susseguirsi di spiacevoli eventi e patologie cliniche, pone ora dunque nelle mani del governo e del Ministero competente in merito alla applicazione di una informativa già presente sul tabacco e sul gioco on line.

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